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Un gioco di ombre e luci

Permettetemi di ringraziare fin da subito F, il mio paziente/cliente che mi ha dato lo spunto per scrivere alcune considerazioni sul controllo e sulle ombre. Spesso le persone che arrivano da me con le loro sofferenze (per questo chiamati pazienti, con tutto l’onore che spetta a questa parola) pensano che io darò loro chissà quale magica soluzione o quale illuminante informazione. Ma quasi sempre il mio lavoro consiste nell’ascoltare loro e mettere l’accento sulle favolose e illuminanti considerazioni che fanno da soli ma che non notano.

Questa è una di quelle volte.

F: “E’ successa questa cosa: mi è stato fatto notare che sono procedurale, che faccio tutto come devo ma non mi lascio trasportare, non “mi si chiude la vena” e vengo percepito un po’ assente” .

Me lo dice in relazione alla sessualità ma mi fa notare che in realtà questa cosa accade anche per gli altri ambiti della sua vita.

Molti di noi in quest’epoca complessa, ma in cui la complessità appare sempre di più come un demone contro cui combattere, vorrebbero avere il controllo su tutto: sulle azioni, e fin qui è pure sensato, ma anche sui pensieri e sulle emozioni. C’è come una nuvola grigia sul “perdere il controllo”. Eppure fare all’amore ( ma anche solo avere un veloce incontro erotico occasionale), richiede una certa dose di abbandono.

Il controllo è l’azione del controllare, che nel vocabolario on line Treccani viene descritta come vigilare, sorvegliare. Noi la usiamo anche per definire una azione di governo, di gestione. Il controllo ci garantisce certamente la soddisfazione di un bisogno primario. Quello di sicurezza. La credenza è che se controllo la mia vita in ogni dettaglio sarò al sicuro e di conseguenza sarò anche felice.  Inoltre, se controllo tutto di me, se non commetterò errori, potrò fare venire fuori solo la mia parte migliore, solo il bello che c’è in me, sconfiggerò la mia ombra. E se la mia ombra non verrà fuori io sarò ben voluto, sarò amato. Ecco che i bisogni primari che il controllo soddisfa diventano due. E non sono due bisogni qualsiasi. Già Maslow li metteva rispettivamente al secondo e al terzo gradino della sua scala, subito dopo quelli fisiologici. Faccio notare però che il sesso appare già al primo gradino, insieme al mangiare, al bere, al respirare, per poi riapparire come intimità sessuale al terzo step.

La domanda che dunque dobbiamo farci e che io ho fatto a F è stata “cosa potrebbe accadere se perdessi il controllo?”

F “Le cose sono due. La prima è che potrei fallire, potrei fare qualcosa fatta male. La seconda è che potrei fare qualcosa che non va fatta”.

Fare all’amore pensando che vi sia un modo giusto di farlo è piuttosto inibente, mette ansia e l’ansia è nemica dell’eros. L’unico modo giusto di fare all’amore è quello che ci piace, che piace a noi come individui e a noi come coppia. Non stiamo preparando le Olimpiadi o il concerto di Capodanno dove solo dopo esserci appropriati di una tecnica possiamo diventare creativi per avere una grande performance. Nasciamo già artisti perfetti della nostra sessualità. Le tecniche, se proprio vogliamo, sono una aggiunta ulteriore alla già nostra favolosa capacità artistica, non sono la torta ma la ciliegina. Lo so, le chiacchiere negli spogliatoi delle palestre, sia maschili che femminili, ci raccontano una storia diversa, e la pornografia facilmente accessibile pure, per non parlare poi della narrativa “rosa” hot che va tanto di moda. La parte che amo di più della consulenza è quella educativa, quella che lascia lo spazio alle persone di svuotare il cervello da credenze, miti, informazioni limitanti o sbagliate per poi riempirlo di cose nuove. Buttiamo via i fiori marci e cambiamo l’acqua e poi riempiamo il tutto dei fiori che amiamo davvero e che si addicano a questo vaso!

Sul fare qualcosa che non va fatta credo occorra soffermarci un po’ di più.  L’unica cosa che non va fatta nella sessualità, lo ripeterò sempre, è quella che può procurare danno a noi o gli altri, sia esso danno fisico o psico-emotivo. Il consenso è alla base di ogni incontro erotico e amoroso. Ma credo che vi sia un significato ulteriore nelle parole di F e sebbene io lasci l’arte dell’interpretazione delle parole a chi fa analisi e/o psicoterapia, è chiaro che è mio compito accompagnare i miei pazienti a ricercare il significato più profondo delle parole che pronunciano, quali emozioni e quali paure vogliono esprimere. Il punto è che quando F mi ha detto questa cosa in realtà voleva dire che aveva paura di mostrarsi, di farsi vedere in modo più completo.

Non facciamo i fenomeni, a tutti noi fa schifo quel “piccolo mostro” che abbiamo dentro. Io per esempio sono una persona arrogante. Questo è il mio demone, l’ombra con cui ho dovuto fare i conti fin da giovane. Il perché e il percome non è compito del counselor e del consulente sessuologico indagarlo ma dello psicologo/psicoterapeuta, e non è neppure sempre necessario indagarlo. Quello che però possiamo fare è mettere un po’ di luce, consapevolezza, su questo aspetto. Io sono arrogante e l’arroganza fa schifo, è socialmente disturbante e spesso è poco efficace nella vita di relazione. Saper di avere un’ombra ci permette di fare delle scelte. Posso inibirla, nasconderla, reprimerla e soffocarla. Per un po’ funzionerà, all’esterno, ma siccome mi roderà da dentro prima o poi o muoio io o esce lei in tutto il suo glorioso orrore.  Oppure posso guardarla, conoscerla e comprendere cosa farmene, posso arrivarci a patti. L’arroganza per me è un meccanismo che scatta quando per qualche motivo mi sento svalutata o non mi sento all’altezza. Oppure quando davvero non sono all’altezza ma non voglio ammetterlo o non voglio chiedere aiuto. Sapere questo mi ha permesso di lavorare sul mio valore e anche sui miei limiti talvolta per superarli ma talvolta per, semplicemente, accettare di non essere in grado (per quanto non sia di moda ritengo che sia bene prendere in considerazione che non siamo capaci in tutto, che la vera autostima è quella che si fonda non solo su ciò che sappiamo fare ma anche su ciò che non sappiamo fare).

Per cui quando non ci mostriamo del tutto e abbiamo paura di “fare qualcosa che non va fatta” la domanda che propongo ai miei pazienti, e propongo di farsi a chi legge, è: “se io facessi qualcosa che non va fatta che parte di me che non mi piace mostrerei?” e subito dopo “ questa parte di me quando mi è stata utile e quando potrebbe essermi ancora utile?”. Le ombre vanno scoperte e accettate, vanno moderate ma attenzione, se ci sono potrebbe anche voler dire che ci servono.

Nella sessualità le ombre interferiscono parecchio. Prima di tutto limitano l’intimità e siccome il contatto corporeo permette di “sentire” sia la vicinanza che la lontananza dall’altro, è chiaro che nonostante i nostri sforzi chi è con noi percepirà qualcosa che non va. E a nessuno piace fare all’amore con chi c’è solo in parte. In più per tenere sotto controllo tutti i nostri demoni dobbiamo esercitare un controllo che ci procura un dispendio di energia enorme. Energia che togliamo all’incontro erotico. Vale la pena di educare noi stessi alle nostre emozioni e ai nostri piccoli demoni anche per questo. Una delle cose che dico più spesso nei miei corsi è che la posizione più trasgressiva e più difficile in campo erotico è la “missionaria”. Si è nudi, occhi negli occhi, pancia a pancia, nudi, così vicini da inspirare ed espirare l’aria l’uno dell’altro e richiede proprio abbandono, fiducia, e mettersi “a nudo” non solo nel corpo. Non c’è spazio per il controllo.

Le ombre e il controllo non lasciano spazio a quella creatività intesa come scintilla di espressione di sé stessi libera e autentica, che rende ogni incontro erotico unico, irripetibile e completo.

Lavorare sull’ombra e sull’allentamento del controllo diventa dunque un passo fondamentale nella vita amorosa.

Ci vuole coraggio, ma ne vale la pena.

 

“E quando l’ombra dilegua e se ne va, la luce che si accende diventa ombra per altra luce.”   

 Kalil Gibran. Il Profeta

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